Sotto l'egida del nuovo ed evocativo brand AICA FUTURE, il gallerista Andrea Ingenito inaugura la stagione espositiva del 2019 rivolgendo lo sguardo verso territori di ricerca inediti e d'avanguardia. La mostra collettiva “Waiting for the FUTURE”, aperta al pubblico dal 23 gennaio al 2 marzo presso la sede milanese, sancisce non soltanto l'inizio di un nuovo capitolo curatoriale, ma anche un'importante evoluzione strutturale per la galleria. Il progetto si avvale infatti della collaborazione di Dino Morra, professionista attivo da oltre un decennio nel mercato dell'arte contemporanea, il cui ingresso strategico nel team della galleria promette di innestare nuove competenze e aprire stimolanti canali di interazione e progettualità collaborativa. Il fulcro concettuale dell'allestimento risiede nella volontà programmatica di provocare nello spettatore un autentico “collasso visivo”. Questo spiazzamento percettivo viene orchestrato sapientemente attraverso una studiata dialettica spaziale, dove i contrasti dimensionali estremi spingono il visitatore a riconsiderare i tradizionali rapporti di scala: il micro formato si tramuta improvvisamente in una lente d'ingrandimento sui dettagli del macro, mentre una serrata alternanza tra bagliori luminosi e zone d'ombra scardina le consuete abitudini di fruizione dell'opera d'arte. Il percorso si offre così come un viaggio immersivo, in cui linguaggi tecnici e cifre stilistiche radicalmente distanti si scoprono uniti dalla medesima e travolgente energia compositiva, finalizzata a rompere schemi e convenzioni estetiche precostituite. All'interno di questa griglia relazionale si muovono i quattro autorevoli protagonisti del panorama artistico nazionale. La narrazione visiva si apre con i monocromi alchemici di Sonia Riccio, superfici profonde capaci di assorbire e restituire l'osservatore alle dinamiche dell'ombra e dell'archetipo materiale. A queste risonanze interiori rispondono le visioni eteree e sospese di Gioacchino Pontrelli, i cui paesaggi mentali fluttuano in un'atmosfera di rarefatta liricità. Il ritmo espositivo si accende poi con le composizioni rigorose, cromaticamente sature e strutturalmente mutanti di Veronica Montanino, opere nate all'interno della suggestiva esperienza di residenza dell'artista presso il Museo MACRO di Roma. Il percorso giunge infine al suo apice monumentale con l'imponente scultura di Paolo Grassino: un manufatto potente, sospeso sulla sottile linea di confine che separa il dato naturale dall'artificio tecnologico, che interroga la coscienza dello spettatore sul destino dell'ibridazione contemporanea. La disposizione critica scelta per i singoli lavori genera un costante cortocircuito di contrari — dove la monumentalità affianca il piccolo formato e l'oscurità dialoga intimamente con la luce — ma riesce, per un paradosso tipico della grande arte, a infondere una profonda armonia e un perfetto equilibrio formale. L'esito finale non si limita a stupire l'occhio di chi guarda, ma penetra nell'animo del pubblico, regalando alla stagione milanese un debutto denso di premonizioni sul futuro dei linguaggi plastici.
