Mettendo in luce la straordinaria eterogeneità e la complementarietà di uno dei movimenti d'avanguardia più rivoluzionari del secondo Novecento, la mostra collettiva Percorsi di Arte Povera si configura come un rigoroso affondo critico volto a esplorare gli apporti individuali che hanno ridefinito la ricerca artistica nazionale e internazionale. L'esposizione riunisce circa venti opere, strutturando un palinsesto espositivo che celebra le molteplici e complesse anime del codice poverista attraverso il confronto tra quattro personalità uniche. Il progetto si propone non solo come un doveroso omaggio a una stagione di radicale azzeramento linguistico, ma anche come un'esclusiva anteprima della prestigiosa mostra antologica che il MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma) dedicherà alla singolare figura di Claudio Cintoli il prossimo 21 giugno. Il fulcro teorico della rassegna risiede nella precisa scelta curatoriale di privilegiare la produzione di Claudio Cintoli, esponente geniale eppure storicamente meno decodificato dal grande pubblico all'interno della tendenza poverista. Scomparso prematuramente nel 1978, Cintoli ha lasciato un segno indelebile nell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta grazie a una vorace e poliedrica attitudine alla sperimentazione transmediale. Muovendosi con assoluta libertà tra pittura, disegno, scenografia e scrittura, l'artista ha incentrato la propria indagine sull’ambiguità intrinseca del linguaggio e sulla metamorfosi biologica degli elementi materici. Profondamente influenzato dalle leggi ironiche della Patafisica, Cintoli ha inoltre dato vita al dissacrante alter ego Marcanciel Stuprò, protagonista di memorabili azioni e performance volte a scardinare la rigidità della rappresentazione tradizionale. I lavori di Cintoli si dispiegano nelle sale della galleria attraverso un dialogo aperto e paritario con i maestri storici del movimento, evidenziando sintonie formali e divergenze concettuali. In mostra si incontrano così le intuizioni di Alighiero Boetti, dissacrante pioniere capace di scardinare l'unicità dell'opera d'arte attraverso la serialità e il gioco combinatorio; le superfici ferite di Alberto Burri, insostituibile trait d'union tra la drammaticità della poetica informale e la purezza dell'oggetto comune; e le installazioni di Mario Merz, indiscusso archetipo degli elementi vitali, della propagazione energetica e della spazialità aperta. A completare questa costellazione si innesta la ricerca di Giulio Paolini, raffinato ed elegante esploratore della complessa dialettica concettuale tra presente e passato, spazio visivo e memoria storica. Il risultato è un itinerario espositivo denso e stratificato, in cui la materia si fa puro veicolo di speculazione filosofica.
